Il progetto

Il progetto è dedicato alla conservazione dell’ululone appenninico, Bombina pachypus, anfibio endemico dell’Italia peninsulare e fortemente minacciato dal degrado e dalla scomparsa dei piccoli ambienti acquatici utilizzati per la riproduzione.

Nella Riserva Naturale Regionale Monti Navegna e Cervia, il Dipartimento di Scienze dell’Università Roma Tre, la Fondazione Bioparco di Roma e il personale della Riserva hanno sviluppato un programma integrato di conservazione in situ ed ex situ. Nei siti studiati, le principali minacce erano il prosciugamento precoce delle pozze riproduttive e l’alterazione degli habitat da parte di cinghiali e bestiame.

Obiettivi

Tra il 2014 e il 2017 sono stati rilasciati complessivamente 67 giovani ululoni. Il monitoraggio tramite riconoscimento fotografico del disegno ventrale ha permesso di valutare il successo delle azioni di ripopolamento.

Piccole acque, una rete di habitat

L’ululone utilizza raccolte d’acqua poco profonde, spesso temporanee e ben esposte al sole: pozze, sorgenti, ruscellamenti, prati allagati e depressioni ai margini dei corsi d’acqua. Anche fontanili e abbeveratoi tradizionali possono offrire siti riproduttivi importanti. La conservazione riguarda quindi un mosaico di ambienti acquatici e terrestri, non soltanto il singolo stagno.

Il prosciugamento precoce può impedire alle larve di completare la metamorfosi. Al tempo stesso, abbandono e manutenzione inappropriata dei manufatti, interramento, ombreggiamento eccessivo e calpestio possono ridurre l’idoneità dei siti. L’obiettivo è mantenere una rete di raccolte d’acqua con condizioni complementari e rifugi terrestri nelle vicinanze.

ULUNET: monitoraggio, movimento e conservazione integrata

Il progetto ULUNET, sostenuto dal programma PNRR–NBFC, ha messo in rete il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, il Parco Naturale Regionale dei Monti Lucretili e la Riserva Naturale Regionale Monte Navegna e Cervia, con il coordinamento scientifico del Dipartimento MESVA dell’Università dell’Aquila. Alle attività hanno contribuito anche ricercatori di Roma Tre, del Bioparco di Roma e dell’Università della Tuscia.

Le attività documentate nel 2025 comprendono il monitoraggio dei siti storici e potenziali, indagini genetiche e sanitarie e la costruzione di un archivio geografico dei siti. Uno studbook — un registro individuale — integra identificazione, caratteristiche fenotipiche, dati genetici e informazioni sull’eventuale allevamento ex situ, consentendo di seguire la provenienza e la storia degli animali.

Una componente di ricerca ha riguardato il biologging: prove controllate sugli effetti dei dispositivi e tracciamento in natura con accelerometri e magnetometri. La ricostruzione degli spostamenti aiuta a riconoscere l’uso dei margini delle pozze e degli ambienti terrestri circostanti. Queste osservazioni indicano perché la tutela non debba fermarsi al perimetro dell’acqua, ma includere rifugi e percorsi di movimento.

L’allevamento al Bioparco ha accompagnato questo lavoro sul territorio. A settembre 2025 erano disponibili 44 subadulti, allevati a partire da uova e larve provenienti da sei siti del PNALM. Il rilascio programmato per quell’autunno era stato rinviato per condizioni termiche non idonee.

Nel luglio 2026, nell’ambito di ULUNET, sono stati rilasciati 44 individui, di circa un anno e mezzo di età. Il monitoraggio ha rilevato la riproduzione degli individui rilasciati già subito dopo il rilascio. Durante i controlli condotti fino a metà settembre 2026 è stato ricontattato circa il 70% degli animali liberati.

BombHab: conoscere i siti per orientare gli interventi

Nel Parco Nazionale dell’Appennino Lucano – Val d’Agri – Lagonegrese, BombHab, nell’ambito PNRR–NBFC, ha sviluppato il quadro conoscitivo e gli strumenti gestionali per la conservazione dell’ululone. La relazione delle attività svolte nel 2025 dal Dipartimento MESVA dell’Università dell’Aquila nell’accordo con l’Ente Parco documenta sopralluoghi in 30 siti e la selezione di dieci siti prioritari per la pianificazione degli interventi.

Le indagini hanno considerato habitat naturali e artificiali, presenza della specie, minacce, qualità ecologica e possibilità di collegamento fra siti. Le analisi di DNA ambientale condotte dal laboratorio MESVA hanno inoltre individuato due nuovi siti di presenza nel territorio del Parco.

Il lavoro ha prodotto un geodatabase condiviso, uno studbook genetico e fenotipico e un protocollo operativo per selezione dei siti, monitoraggio, allevamento e procedure di rilascio. Questi strumenti permettono di collegare le osservazioni di campo alla pianificazione delle misure di conservazione e alla formazione del personale tecnico.

Dalla presenza al recupero delle popolazioni

Valutare il risultato di un intervento significa seguire nel tempo gli individui, la riproduzione, il completamento dello sviluppo larvale e le condizioni dell’habitat. Genetica e controlli sanitari aiutano a valutare eventuali interventi ex situ e traslocazioni, tenendo conto della provenienza degli animali e del rischio di diffusione di patogeni.

Il monitoraggio serve anche a correggere la gestione: ripristinare una pozza o un fontanile richiede manutenzione successiva, attenzione al regime idrico e coordinamento con chi utilizza il territorio. La continuità fra ricerca, gestione delle aree protette e attività locali è parte della conservazione a lungo termine.

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